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Storie e leggende

Il Castello di Cison di Valmarino come tutti i castelli, luoghi fascinosi e misteriosi, ha da sempre alimentato un ricco immaginario collettivo. La cronaca, mescolata alla fervida immaginazione popolare, unita a un senso di rivalsa, o invidia dei popolani verso il signore, ha fornito la materia prima per il fiorire di leggende, spesso impressionanti, dai contorni indefiniti, ambientate talvolta in un cupo medioevo, altre volte nei secoli più vicini a noi. Un tempo queste leggende, che talvolta prendevano la piega del pettegolezzo frivolo e della chiacchiera paesana, venivano raccontate e tramandate oralmente di padre in figlio nei "filò".



IUS PRIMAE NOCTIS


La figura che più di ogni altra era occasione di fantasie e dicerie era quella del conte. Uomo d'armi valoroso e padrone indiscusso del feudo con diritto sulle cose e sulle persone generava sentimenti contrastanti dalla gratitudine per i favori concessi all'ammirazione, dalla reverenza, alla paura. Si racconta che i mezzadri e gli affittuari del conte si vestissero con il capo migliore per essere ricevuti in udienza e che, al passaggio del conte, dovesse seguire l'inchino: la mancata riverenza avrebbe portato ad una punizione.


Ma c'era anche chi ricorda con gratitudine il conte: non solo manteneva i figli di alcuni paesani in collegio, ma cercava di venire incontro alle ristrettezze degli stessi; un po' di mais, di fagioli anticipati ai braccianti poteva essere considerato motivo di sopravvivenza. Qui cercheremo di raccogliere i frammenti dei racconti e delle storie, tra mito e fantasia, che sono giunti fino a noi attraverso i secoli, alimentati dagli eventi, dal ricordo e che contribuiscono a restituirci comunque un pezzo di storia: quella dei sentimenti e degli umori di una collettività. Sarà divertente scoprire fino a che punto si è spinta la fantasia mescolando la realtà all'immaginazione.


Si racconta ancora oggi che le belle donne della contea fossero obbligate a trascorrere la prima notte di nozze in compagnia del conte. Dopo la cerimonia nuziale venivano prelevate dalle loro dimore e portate nell'alcova del Signore, al primo piano del castello. Spesso questi incontri finivano male per le malcapitate ragazze o per il marito che osava mettere in discussione tale diritto. Una notte una donna si rifiutò con forza di cedere alle brame del Signore che infuriato la decapitò e poi la gettò nella botola costruita nell'alcova per tali evenienze. La testa uscì a metà montagna e cominciò a rotolare dal crinale urlando la sua innocenza. Le grida erano tanto forti e laceranti si sentirono in tutta la valle. Pare che tale passaggio esistesse davvero, infatti si racconta che la contessa Serra per sfuggire all'assedio tedesco durante alla prima guerra mondiale, vi si infilò e si mise in salvo.

 

La figura del conte era talmente temuta che, tra i paesani, c'è chi sostenne di aver visto il conte vagare su un bianco destriero nelle notti di luna piena alla ricerca, forse, della sua anima perduta.


GLI STRUMENTI DEL SUPPLIZIO


Se la figura del conte incuteva paura non meno temuti dovevano essere i bravi che lo seguivano costantemente. Fidate guardie del corpo, questi personaggi, veloci con la spada e con l'archibugio sempre carico, venivano mandati spesso ad ammonire e spaventare. La tradizione narra, infatti, che durante le scorribande serali, i bravi, sicuri della loro impunità, rapissero le ragazze che incontravano. Dopo orribili violenze le giovani venivano fatte cadere in un pozzo munito di un sistema di coltelli rotanti, pare che tale pozzo fosse collegato a un canale che sfociava a fondo valle nei pressi di un torrente.

 

Alcuni affermavano aver visto le acque di questo torrente tingersi di rosso, altri aver scorto gli animali del bosco prospicente all'imboccatura del canale per mangiare ciò che rimaneva dei corpi mutilati. C'è chi ritiene che la botola fosse sistemata nel cortile interno perché i crimini potessero essere consumati lontano da occhi indiscreti. Solo la servitù era a conoscenza dei fatti, per questo motivo sopra le stanze della servitù c'era un quadro rappresentante la dea bendata, a monito per tutti. Il destino riservato alle ragazze poteva essere esteso a chiunque.

 

Queste leggende non sono legate solo ai Brandolini ma anche alla famiglia che li precedette: i Da Camino. I Caminesi, feudatari del castello, nel basso medio evo, si erano distinti per l'uso della tortura. Accanto alle più classiche ce n'era una particolarmente temuta. Ancora oggi si può notare una nicchia nella parte Ovest del vecchio teatro della fortezza. "Anticamente alla sua sommità interna era incastrato un mulinello messo in movimento da un manubrio, posto sulla parte esterna del maniero".

 

Vi venivano sistemate le vittime bendate che poi venivano fatte cadere nel pozzo sottostante. Un comodo luogo dove eliminare o torturare con tranquillità i nemici, le spie e chiunque minasse il potere di famiglia. La leggenda narra che ogni anno in occasione della notte dei defunti si sentano ancora i tristi gemiti delle anime dei giustiziati nel pozzo, svegliati dall'orribile sibilo di un terribile serpente.


gilberto e amelia

GILBERTO E AMELIA
Nel 1847 lo scrittore ottocentesco Pietro Beltrame affascinato dal maniero ambientò la storia romantica di Gilberto e Amelia entro le possenti mura medievali del castello di Cison. Gilberto, cavaliere fiero e generoso, amava perdutamente Amelia. Gli sposi vivevano nella tranquillità; quando un giorno Gilberto fu richiamato dalla fede a partecipare a una delle crociate per riconquistare la Terra Santa.

Amelia accettò con rassegnazione il distacco e cucì con le sue mani la croce rossa nella veste del marito. Alla partenza come pegno d'amore Gilberto divise in due parti la collana dell'amata e partì; finchè la collana non fosse tornata Amelia avrebbe mantenuto fede alla sua promessa.

 

I crociati combatterono per lungo tempo e Amelia aspettò per anni il ritorno del marito. Con il passare del tempo la speranza cominciò a svanire e il suo cuore a raffreddarsi. Durante una battuta di caccia un orso fece imbizzarrire il suo cavallo, stava per cadere a terra quando sentì una mano forte domare il destriero. Era Isoardo, giovane signore di Mura.

 

Bastò uno sguardo per far nascere l'amore. I due non si rividero per lungo tempo, finchè dalla terra Santa giunse però la notizia che Gilberto giaceva sul campo di battaglia ferito a morte. Sconvolta Amelia uscì a cavallo senza meta, la raggiunse Isoardo che per errore aveva ricevuto il testamento di Gilberto recapitato da due crociati.

 

Poco dopo Isoardo e Amelia si sposarono. Il giorno delle nozze comparve al castello un cavaliere misterioso con la visiera abbassata, che chiese ospitalità. Venne invitato a tavola e allora cominciò a narrare la storia di una collana……….e di una donna che aveva fatto una promessa……….Amelia improvvisamente capì e svenne. Gilberto lanciò sul tavolo il guanto e la collana in segno di sfida, accecato dalla gelosia a dalla brama di vendetta. Invano i due amanti cercarono di scappare all'ira del cavaliere.

 

 La fuga terminò al lago di Revine dove i due amanti trovarono la morte. I loro corpi non furono più ritrovati; giacciono ancora nel fondo di questo lago.


LA CHIESETTA DI SOLLER


Storie e leggende truci degne di un moderno film dell'orrore! La fantasia popolare però viene alimentata anche da fatti realmente accaduti. Ritorniamo allora alla cronaca nel 1652. Il XVII secolo fu un periodo caratterizzato da un clima di violenze e soprusi, di carestie e pestilenze di manzoniana memoria! Fu un'epoca in cui le faide famigliari erano frequenti e perduravano per generazioni.


Protagonisti di questa storia sono Brandolino VI, che fin da piccolo era stato destinato alla carriera d'armi, e il ricco mercante Paolo Savoini. L'uno nobile e fiero uomo d'armi, l'altro rappresentante della categoria mercantile e benestante.

 

 


Si narra che l'odio tra la famiglia Brandolini e quella Savoini fosse nato soprattutto per motivi di interesse economico o forse per gelosia. Un giorno, mentre Brandolino VI stava cavalcando tra le colline vicino a Campea fu investito da un furioso temporale che lo costrinse a ripararsi in un casolare.

 

Il fato volle che Savoini, riparatosi proprio nei paraggi, alla vista del rivale caricò l'archibugio con una moneta piegata per rendere il colpo mortale e sparò. Brandolino spirò poco dopo, il Savoini si rese latitante ma il pretesto della faida era ormai innescato. Diciassette anni dopo il Savoini ritornò in patria e gli amici comuni, comprendendo la delicatezza degli eventi, invitarono le famiglie alla pace.

 

A Venezia i Brandolini e i Savoini alla presenza di alcuni rappresentanti dell'aristocrazia comunicarono tra loro. Tra le due importanti famiglie sembrava tornata la pace, ma il fuoco covava ancora sotto la cenere. Nella notte successiva, dopo una cena, in una calle di Venezia, il Savoini veniva trovato ucciso con diciotto coltellate. Il nipote di Brandolino VI, Guido VIII, aveva compiuto la sua vendetta e, forse per rimorso, fece costruire una chiesetta votiva a Soller.


IL FURBO PRETE


Come in ogni aristocratica dimora dei secoli passati, anche nel castello di Cison i Signori eressero una chiesetta, qui intitolata a S. Martino. Normalmente in castello risiedeva, anche, il prete che si prendeva cura delle anime dei conti e officiava messa. Nel XIX secolo i conti chiesero ad un prete in pensione di risiedere nella casa di loro proprietà in paese in cambio della celebrazione della messa domenicale.

 

Il nuovo mansionario vivendo in paese non conosceva modi e abitudini dei conti. Un giorno venne chiamato a mangiare in castello: la tavola era imbandita, le forchette erano d'argento, i piatti succulenti. L'anima va curata ma anche il corpo vuole la sua parte! Il Don Abbondio dei tempi moderni, che voleva essere all'altezza delle circostanze, cominciò ad assaporare i cibi senza fretta predicando l'astinenza e la frugalità.

 

Quando il conte, che era di poche parole, finì di mangiare, i piatti dei commensali vennero tolti. Il povero prete, suo malgrado, dovette rinunciare ai bocconcini che da sapiente aveva lasciato alla fine. Contrariato tornò in paese e siccome la pancia stimola l'ingegno la seconda volta che fu invitato a pranzo portò con sé, legato al bottone della tonaca, uno spago. Si sedette a tavola e fece come al solito ma, al momento del secondo, legò allo spago la coscia del pollo.

 

Quando il cameriere arrivò a prendere il piatto la coscia scivolò a lato e prontamente il furbo prete la mise nel sacchetto e se la mangiò per cena.


Per saperne di più:


Tradizione orale raccolta a Cison 
L'Azione , anno 1969
E. Dall'Anese - P.Martorel, Storie e leggende. Il quartier del Piave e la Val Mareno, Vittorio Veneto, 1980.